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HESTIA, il ventre dei luoghi – Riflessioni di fine residenza a cura di Ippolito Chiarello

21 ottobre 2009 in Categoria Eventi Campi Salenina


hestia

A notte fonda dello scorso 20 settembre, la casa a corte di Campi Salentina, ha chiuso il suo antico portone salutando la provvisoria inquilina Hestia. Grande emozione, piccole lacrime interiori, sguardi persi ma felici, la certezza di una mancanza, la consapevolezza di aver lavorato onestamente e profondamente con uno strumento straordinario: l’essere umano, attraverso il teatro e la danza e tante suggestioni legate all’arte a 360 gradi. La consapevolezza di aver creato delle relazioni, ci siamo addomesticati, abbiamo coltivato l’arte dell’affetto e dell’umiltà. Per un caso straordinario gli inquilini, i padroni di casa, i lavoranti, i maestri, a parte me, erano tutte donne. Dodici attrici, una coreografa, un’assistente tutto fare, la cuoca, lo staff organizzativo, le Meticce padrone di casa, le due amiche architetti, ecc… TUTTE DONNE.

Il progetto Hestia, il ventre dei luoghi, è la mia creatura più preziosa, il progetto più importante di Nasca Teatri di Terra, il terreno fertile su cui ho innestato un mio percorso di ricerca legato ai luoghi e alla “verità”. Sviluppare un lavoro nell’ambito dell’arte dell’attore, che cerca gli strumenti per riuscire a smettere l’arte del rappresentare per riuscire ad essere l’opera d’arte. Dal palcoscenico alla strada, alle case, ai grandi edifici storici. Un nuovo contatto con lo spazio scenico e il pubblico-umanità, ma per ritornare, forse, a teatro, ma ancora più realisticamente per moltiplicare gli spazi di fruizione della “messinscena” e dell’arte in genere. Il sogno e l’obiettivo a lungo termine è quello di creare nelle “città” luoghi vivi dove accade l’arte, tutti i giorni, che respirino con la città, come qualsiasi altra attività umana e educhino all’arte naturalmente e quotidianamente. Cercare di rimettere in circolo un’idea dell’arte che si svincoli realmente dall’eventistica e riattivi il principio del “processo”, della ricerca, che può portare anche all’evento, ma non solo e non necessariamente. Un altro obiettivo è quello di far conoscere le nostre ricchezze architettoniche, il nostro ambiente, per creare una coscienza sempre più consapevole. Vivere da vicino la quotidianità di un luogo e, quindi, sviluppare una conoscenza più approfondita di ciò che ci circonda, educa alla difesa e alla valorizzazione dello stesso. Ancora, la possibilità di creare una Compagnia Teatrale In-stabile che ogni anno si ritrova con nuovi innesti, per vivere un periodo insieme in un luogo, raccontarlo, imparare, stringere relazioni, confrontarsi, lavorare ed essere retribuiti. Il teatro che diventa “impresa” in tutti i sensi. Coinvolgere artisti di varie discipline, che creino ogni anno “il corto circuito” con la pratica teatrale e la allontanino dalla sua autoreferenzialità. Coinvolgere le forze attive della nostra terra, che in rete e con le diverse competenze, possano contribuire a realizzare questo progetto e nello stesso tempo perseguire i loro obiettivi e sogni particolari (artisti, istituzioni pubbliche, progettisti, creativi della comunicazione, filmakers, ecc.). Non ultimo ingrediente, lavorare su temi contemporanei che ci permettano di fare “Politica” con i nostri mezzi.

Il mezzo della residenza perché, se il teatro è sicuramente un importante strumento di socializzazione e comunicazione, oltre ad un valido supporto nel processo di apprendimento e maturazione di ogni individuo, inserito in un contesto extra-quotidiano, (addirittura straordinario per alcuni), come un periodo di vita fuori dalle “mura del proprio appartamento, della propria città, della propria nazione”, offre la possibilità di esplorare le proprie capacità organizzative e inventive ancora più profondamente e consapevolmente. Una residenza artistica è un progetto di condivisione di uno spazio e di un tempo, finalizzata alla ricerca collettiva ed eventualmente a una condivisione della stessa attraverso un evento artistico. Le regole del teatro sono qui applicate ad un periodo di immersione totale nel lavoro di gruppo; chi partecipa si fa carico di un progetto creativo e di un progetto di vita comune con tutti i partecipanti, iscritti e operatori, tecnici e ospiti. L’idea di un periodo di vita in comune nasce dalla consapevolezza che per creare un buon prodotto teatrale, artistico, ci vogliono gli esseri umani prima di tutto. L’idea di teatro è qui intesa come un gruppo di persone indipendenti che portino il proprio vissuto e il proprio bagaglio e che da quello partano. Confrontandosi e collaborando con il gruppo di lavoro, anche nella gestione quotidiana di argomenti organizzativi come il cibo o la manutenzione degli spazi comuni, si scoprono nuove competenze e abilità, che tornano utili al mestiere del teatrante, professionista del fai-da-te e dell’arte dell’arrangiarsi. Altro elemento fondamentale e proficuo per alimentare una ricerca vera e uno scambio culturale locale, nazionale e transazionale, dando impulso alla circuitazione della ricerca artistica, a mio parere, è quello di voler creare un gruppo di lavoro che abbia all’interno: attori, danzatori, allievi in formazione, residenti, stranieri, neofiti, senza limitazioni di età. Questo per favorire la compresenza di qualità e sensi e esperienze che possano rispecchiare la ricchezza della vita reale, fuori da sovrastrutture legate al mestiere dell’attore, o del danzatore, che a volte ingessano inesorabilmente la possibilità di visioni originali e carnali sui temi trattati e poi “messinscena”.

Mettere insieme: formazione, produzione, educazione all’ambiente e alle bellezze storiche del nostro paese. Le istituzioni pubbliche locali potranno diventare partner sostenitrici del progetto proponendo un “luogo” del loro territorio che desiderano far conoscere agli autoctoni e ai turisti.

Dopo alcuni anni di sperimentazione dello strumento residenziale e di tutte le sfaccettature su descritte (SALENTO SPOON RIVER A/R, STORIE SCOLPITE, SOUND RES, MA-DONNE, sono alcuni dei nomi legati a queste esperienze) l’edizione di quest’anno, HESTIA IL VENTRE DEI LUOGHI, è da considerarsi come un momento fondamentale di riflessione e costruzione di una piattaforma artistica e organizzativa per realizzare il progetto di residenza, in tutta la sua complessità, negli anni a venire, con un’attenta ricognizione e valutazione delle strade da seguire e dei partner da coinvolgere. Quindi, oltre al lavoro artistico vero e proprio, durante la residenza, è stato riservato un tempo anche per “allenarsi” e progettare le modalità in toto, per agire e organizzare la residenza del 2010 e le successive, con un pensiero condiviso e con il massimo delle risorse possibili, in modo da consentire ai partecipanti di non sostenere costi di partecipazione e anzi di essere retribuiti.

Quest’anno il luogo che abbiamo “abitato” era la bellissima casa a corte, sede dell’Associazione Meticcia a Campi Salentina. Una casa disabitata da 70 anni e riallestita per rivivere. Meticcia, associazione di promozione sociale e mediazione interculturale, come partner, ha messo a disposizione la propria sede, oltre che il supporto logistico per la realizzazione della residenza. Gli altri partners hanno contribuito con le proprie competenze e disponibilità: Kairòs per la documentazione e la veste grafica, CALLIOPE Comunicare Cultura ha coordinato e curato l’aspetto dell’organizzazione e della comunicazione, CSL Puglia e la Fondazione Città del Libro di Campi Salentina hanno contribuito economicamente e il Comune di Campi Salentina ci ha accolto patrocinando l’iniziativa e si è prodigato per agevolare la nostra permanenza in paese. Gli “allievi” hanno contribuito in maniera determinante con una quota di partecipazione in denaro. Il Paese stesso ci ha sostenuto con il meccanismo virtuoso del baratto, altro elemento fondante del progetto che sogno di perfezionare. Non denaro ma beni di consumo, in cambio di cultura e promozione del territorio. Condividere le “ricchezze” per stimolare le relazioni e rendere “popolare” il nostro mestiere di artisti. E allora la Pasticceria Chèri che ci offre per dieci giorni la colazione con i suoi famosi pasticciotti Obama e la sua rosticceria per la cena; Campiweb che apre un sito per Hestia e pubblica ogni giorno i video-cronaca delle giornate di lavoro; Pianeta Casa che ci fornisce tutte le basi per i nostri letti; Proshop che mantiene pulita la casa con i suoi prodotti; Radio Salentina che pubblicizza la residenza con trasmissioni e spot realizzati a proprie spese e tanti altri piccoli e grandi contributi della gente comune.

Un altro grande apporto alla residenza di quest’anno è stato rappresentato senza dubbio dal coinvolgimento di artisti, studiosi e amici che nelle dieci serate della nostra permanenza a Campi. Cene aperte e conversazioni sul loro lavoro e riflessioni sulle dimore, le residenze e il tema trattato nel nostro lavoro di ricerca: la violenza contro le donne. Abbiamo ospitato il filosofo Mimmo Pesare, che ci ha parlato del senso e dell’anima dei luoghi; il sociologo e artista Luigi Negro che ci ha illuminato sui programmi di residenza; Antonio Carallo, danzatore e coreografo per tanti anni con Pina Baush, che ha passato l’intera giornata con noi; l’attrice Elena Cantarone che ci ha raccontato il suo grottesco spettacolo citato all’interno del libro di Concita De Gregorio MALAMORE, da cui abbiamo tratto molti sensi per il nostro lavoro di ricerca; Luisa Spagna studiosa di danze e culture indiane con un attenzione particolare alle donne; Agostino Aresu e Daniela Diurisi coppia artistica, che ci ha parlato della loro casa, altro esempio di luogo d’incontro e accoglienza di artisti; Francesco Del Prete, musicista, violinista, che ci ha offerto una serata con la sua musica e ci ha fatto conoscere la sua ultima fatica musicale CORPI D’ARCO.

Le giornate erano così scandite: alle 8.00 sveglia e corsa per le strade del paese e colazione entro le 10.00. Dalle 10.00 alle 13.00 lavoro. Alle 13.30 il pranzo e relax e studio fino alle 16.00. Dalle 16.00 alle 20.00 il lavoro continua. Dalle 20.00 alle 21.30 relax e cura personale e alle 21.30 cena. Alle 22.30 conversazione con gli ospiti. Il gruppo era composto da dodici donne, guidate nel processo da me e dalla coreografa e danzatrice Barbara Toma, con l’apporto fondamentale di Paola Leone, collante tra noi, il gruppo e l’organizzazione generale. Il tema su cui abbiamo lavorato è stato: la violenza sulle donne. L’obiettivo era quello di approfondire il tema e in seconda istanza creare un momento di condivisione con il pubblico e di apertura della casa all’esterno, che potesse provocare un disagio e stimolare la riflessione, per rompere il silenzio e scatenare la denuncia.

Mossi da questi obiettivi e ispirati da due libri: “AMOROSI ASSASSINI, storie di violenze sulle donne”, edito da Laterza, che riporta in ordine cronologico circa trecento casi di violenza inflitta a donne da mano maschile, avvenuti in Italia nel corso del 2006 e “MALAMORE, esercizi di resistenza al dolore”, le donne, i loro uomini e la violenza, di Concita De Gregorio edito da Mondadori, abbiamo strutturato il nostro lavoro immaginando dodici donne in una casa, forse tutte simbolo della donna nella sua essenza e delle violenze subite. Abbiamo riflettuto e lavorato non solo sulla violenza eclatante e tremenda delle botte e dello stupro, ma anche e soprattutto su quella subdola e strisciante che si consuma, anche inconsapevolmente, ogni giorno e che relega sempre la donna a essere “meno importante”. Un lavoro che ha attraversato il corpo e le parole, con una profondità che ha pescato nell’esperienza personale. Contributo fondamentale per il mio percorso di ricerca avviato in questi giorni è stato l’esperienza e la professionalità della coreografa e danzatrice Barbara Toma, con la quale abbiamo condiviso e intrecciato pensieri e domande, che hanno stimolato le improvvisazioni, dato delle risposte e alimentato nuove domande da lanciare al pubblico. Gli esercizi di resistenza al dolore, il corpo e la sua reazione alla violenza, le domande sul perché ancora la donna continua a sopportare il dolore. Il dolore a cui la donna è più abituata e che sa trasformare in forza.

Alla fine il pubblico è entrato in una casa, il luogo dove avvengono il 90% di tutte le violenze sulle donne, una casa listata a lutto, dove la morte è quella parte della donna quando è “violata”. Dodici donne colte nel momento immediatamente successivo a una violenza. Una sorta di Galleria d’arte dell’orrore, opere vive testimonianti. Fotografie dei gesti successivi alla violenza, il pianto, la forza negli occhi, la disperazione, il lavarsi lo sporco, la dignità, il vestirsi da principessa per uscire per strada e rompere il silenzio (il 90% delle violenze sulle donne non viene denunciata), trasformare il dolore in forza. Un grande colpo al cuore vedere una casa affollata ma in rispettoso silenzio. Dalla casa le dodici donne hanno portato il pubblico in piazza e qui hanno allestito un mercatino dove hanno venduto realmente e materialmente i loro dolori e le loro lacrime (boccettine di lacrime, sperma, insulti, salviettine, vetri infranti, ecc…) per denunciare e per liberarsi un po’ del peso di queste violenze.

Un miracolo consumato in dodici stanze. Un miracolo che continuerà a vivere. Vorrei portare queste donne in altre case e continuare a denunciare, mostrare, in definitiva continuare a fare teatro senza rappresentarlo. Un’esperienza che mi sento di dire riuscita sotto tutti i punti di vista e che l’anno prossimo cercherà nuove case da abitare, nuovi temi da trattare, nuovi “attori” da coinvolgere e magari delle “città” sempre più abituate ai saltimbanchi.

Grazie allora anche a … Assunta, Anna Maria, Ilaria, Francesca, Rosanna, Chiara, Roberta, Mariliana, Marcella, Serena, Valeria, Rosalba… Laura e Antonio.

Ippolito Chiarello

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