
Nel 1861, dopo le guerre d’indipendenza contro gli Austriaci e conclusa trionfalmente la spedizione garibaldina dei “Mille” in Sicilia, termina il lungo periodo di lotta politica e militare che conduce l’Italia all’unificazione e il 17 marzo di quell’anno a Torino viene proclamata l’unità nazionale.
Nel 2011 l’Italia compie 150 anni e, per l’occasione, la XVI Rassegna Nazionale degli Editori e degli Autori del Mediterraneo “CITTÀ DEL LIBRO 2010” ripercorrerà la nostra storia dall’Unità nazionale ad oggi. Il tema della Manifestazione “HOMO ITALICUS: STORIE, MITI E PENSIERO IN 150 ANNI” si propone di sviluppare un’accurata riflessione sul processo di costruzione dell’identità morale e materiale del popolo italiano che parte dalla celebre frase di Massimo D’Azeglio << Ora fatta l?italia bisogna fare gli Italiani >>E come si sono “fatti” gli italiani in questo secolo e mezzo?
Un cammino fatto di tante luci ma anche di tante ombre che inizia con grandissime difficoltà per l’anomalia del processo stesso di costruzione dello Stato Italiano che, nonostante lo straordinario patriottismo ed eroismo di grandissime figure storiche risorgimentali come Mazzini e Garibaldi, non è il frutto della lotta e del sacrificio delle masse popolari, ma è opera principalmente dell’abilità strategica di un genio della Real Politik come Cavour. Questa cosiddetta “Rivoluzione mancata” renderà ancora più complesso il processo di educazione nazionale e si aggiungerà ad altri fattori destabilizzanti per l’unità morale del popolo italiano come la frammentazione linguistica e culturale, l’assenza di una visione unificatrice del passato della penisola (e quindi, quasi necessariamente, del suo futuro), l’ostilità della Chiesa cattolica, la forza dei sentimenti regionali e municipali.
Per oltre mezzo secolo l’Italia Post-Unitaria è scossa da tumulti, crisi sociali (il fenomeno del Brigantaggio, l’attentato al Re Umberto I) ed istituzionali (lo scandalo della Banca Romana, antesignano della Tangentopoli moderna). Sono anni durissimi anche dal punto di vista economico: milioni di italiani compiono la scelta dolorosa di abbandonare la terra natia alla ricerca di fortuna oltreoceano.
Paradossalmente la scoperta di una vera identità nazionale avviene nelle trincee intrise di sangue della Grande Guerra (1915-1918): centinaia di migliaia di giovani italiani si scoprono “fratelli” proprio nell’enorme tragedia di una guerra spaventosamente crudele, che annienta una generazione, ma ne fa nascere una nuova finalmente unita dal sacrificio e dalla sofferenza estrema condivisa da tutta la popolazione, senza alcuna distinzione tra Nord e Sud.
Ma il forte Nazionalismo post-bellico diventa un vero “boomerang” e degenera in una dittatura spietata come il fascismo che estremizza concetti positivi come Patria e Nazione per giustificare la repressione delle libertà, l’aggressione coloniale e il razzismo xenofobo. Le leggi razziali antisemite del 1938 rappresentano il punto più basso raggiunto dagli italiani in questo secolo e mezzo di storia unitaria: la selezione naturale darwiniana applicata agli uomini è l’idea più mostruosa che la mente umana abbia potuto partorire o approvare. Mussolini ci fa entrare nella mattanza della II Guerra Mondiale, da cui al contrario della prima, l’Italia ne esce sconfitta e sconvolta da una vera e propria Guerra Civile in cui non ci sono né vinti né vincitori: a perdere è solo l’unità del popolo italiano annientata da anni bui di lotte, violenze e vendette fratricide.
Dopo la liberazione dal Fascismo e la pacificazione nazionale, con la nascita della Repubblica Parlamentare ed il “miracolo economico” degli anni ’50, l’Italiano cambia letteralmente “pelle”e lo stile di vita austero, riservato, parsimonioso pre-bellico diventa un lontano ricordo. L’homo italicus scopre l’ebbrezza intensa del consumismo di massa: nuovi prodotti, nuovi valori, nuove abitudini e nuovi miti spazzano via il suo vecchio vestito tradizionalista rurale. È una vera e propria rivoluzione culturale e sociale supportata nel 1954 dall’inizio delle trasmissioni televisive che offriranno un contributo determinante alla modernizzazione del paese aprendo finestre sul mondo all’epoca sconosciute.
La televisione diventa soprattutto uno strumento ineguagliabile di unificazione nazionale sia sotto il profilo linguistico sia sotto il profilo socio-culturale. Proletari e borghesi, meridionali e settentrionali, contadini e cittadini imparano, se non proprio a parlarla, almeno a comprendere la medesima lingua e ad utilizzare gli stessi parametri di riferimento e gli stessi metri di paragone.
Gli italiani oltrepassano quindi la soglia della società del benessere che, accanto a tanti benefici, è portatrice anche di tante contraddizioni. Si spiegano in questo modo gli anni ’70 con lo stragismo di stato, la P2, il terrorismo rosso e nero in un paese che riscopre il dolore della lotta tra fratelli della stessa nazione in un decennio che Sergio Zavoli ha definito la cosiddetta “Notte della Repubblica”. Ma non esiste solo il terrorismo politico, in questo periodo esplode anche il fenomeno mafioso che soffoca il mezzogiorno instaurando un regime di violenza e oppressione inaccettabile.
Dinanzi a queste terribili sciagure, emergono le nuove figure eroiche italiane del nostro tempo che hanno dato la vita per sconfiggere i diversi cancri della nostra società contemporanea: dal sindacalista Guido Rossa al Presidente Aldo Moro, dai magistrati Falcone e Borsellino al commerciante Libero Grassi, da Don Pino Puglisi a Giuseppe Impastato, da Marco Biagi a Massimo D’Antona.
Tuttavia, per comprendere a pieno l’italianità, è necessario ripercorrere anche la storia dei nostri costumi e sottolineare l’enorme influenza esercitata sull’homo italicus da altri miti che si sono affermati nei campi più “profani” dell’industria, dell’intrattenimento e dello sport.
La straordinaria inventiva tipicamente italiana ha partorito dei prodotti destinati non solo a diventare grandissimi successi commerciali ma anche a condizionare il nostro immaginario collettivo e modificare quindi radicalmente il nostro stesso stile di vita. Nell’immediato dopoguerra, la Vespa e la Lambretta diventano il simbolo della nuova vita italiana non più oppressa dalla dittatura, e incarnano i nuovi valori della libertà e della possibilità di movimento. Negli anni ’50 escono dagli stabilimenti di Mirafiori la Fiat 500 e la Fiat 600 che rivoluzionano il concetto di automobile e contribuiscono in modo decisivo alla modernizzazione del Paese attraverso la motorizzazione di massa. Il modo di fare impresa degli italiani si è spesso caratterizzato per un elemento distintivo ben preciso: la creatività che è possibile ritrovare su due versanti. Dal punto di vista merceologico con prodotti assolutamente rivoluzionari come la Olivetti Lettera 22 macchina per scrivere portatile divenuta un classico del design moderno ed esposta permanentemente al Museo di Arte Contemporanea di New York. Dal punto di vista industriale con l’affermazione italiana in settori produttivi in cui l’estro e l’inventiva sono fondamentali per il successo aziendale. Pensiamo al trionfo italiano nei campi della moda, del design, dell’architettura e dell’arredo mobile.
I miti sportivi, dal canto loro, hanno contribuito in modo determinante a rafforzare un sentimento comune di orgoglio e di appartenenza nazionale. Le imprese di Coppi e Bartali al Tour de France, il rosso Ferrari che trionfa negli autodromi di tutto il mondo, gli straordinari risultati nell’atletica leggera di un “piccolo grande uomo” come Pietro Mennea, le vittorie della nazionale di Calcio ai Mondiali nel ’82 e nel 2006.
Infine i miti televisivi, cinematografici e musicali che, nel corso degli anni, hanno costituito lo specchio più fedele delle diverse fasi attraversate dalla nostra società. Un vero e proprio racconto sull’italianità che parte dal neorealismo cinematografico postbellico di “Sciuscià” e “Ladri di Biciclette” di Vittorio De Sica, continua con il miracolo economico italiano narrato da Fellini nella “La Dolce Vita”, per poi evidenziare gli effetti a volte contraddittori prodotti sull’Homo Italicus dalla modernizzazione attraverso la “Commedia all’Italiana” di Sordi, Tognazzi e Manfredi, che mettono in scena con sarcasmo ed ironia vizi e virtù dell’italiano medio. La stessa ambiguità del carattere italico si esprime nel grande varietà televisivo della Carrà, Buongiorno, Baudo e Corrado (genere riproposto negli ultimi anni da un genio della comicità irriverente e mai volgare come Fiorello) con gli sketch epici di Vianello e Mondaini e la spontaneità dissacrante di Celentano e Benigni, senza trascurare come oggi uno spaccato della società sia rappresentato fedelmente dall’affermazione dei reality con il mito del “Grande Fratello”.
La Rassegna “CITTÀ DEL LIBRO 2010” non si occupa semplicemente della Storia d’Italia, ma è dedicata soprattutto agli italiani: a come hanno vissuto insieme questi 150 anni per dare loro il senso di un percorso, di un’appartenenza e di un’identità, e ritrovarlo nei pregi e nei difetti dell’homo italicus di oggi.
Fonte: Citta del Libro
















